Da tanto tempo, ormai, vivo circondata da una grande e limpida quiete. Lontano da me, la vita, i crucci, le spartizioni e gli affanni continuano il loro corso, e se mi fermo ogni tanto un attimo a osservare tutto ciò, mi riempie di stupore la curiosità infantile con cui gli uomini che vivono adesso si sforzano d'indovinare che cosa potrà loro accadere domani o dopodomani. Ed è un pensiero singolare che i fatti di oggi risultino, per i giovani, altrettanto nuovi e appassionanti come lo sono per me quelli di trent'anni fa. Col mio senno di oggi, sono ormai convinta che le diverse ambizioni e i cambiamenti nella vita della gente si possano attribuire in gran parte al loro impulso di giocare. Come il bambino che dice: gioco a mamma e papà, al negozio, al mare in burrasca – così anche l'adulto scivola man mano nei diversi ruoli fino a rappresentare, di volta in volta, l'ambizioso, il diligente, il frivolo, l'appassionato o il risentito. Bisogna pur riempire il tempo con qualcosa; bisogna pur convincere noi stessi che alcune cose, per qualche tempo, hanno la loro importanza. Perché altrimenti ce ne resteremmo seduti lungo la via con le mani in mano, e forse l'unica cosa naturale da fare sarebbe proprio questa – tutto il resto, forse, non è che un tentativo di darci importanza per gettarci fumo negli occhi.