Racconti

Un Nuovo Sogno


Qualcuno narra che un giorno, in un campo, un campo qualsiasi, in un luogo qualsiasi, un contadino stesse zappando la terra o meglio, la neve.
Già, perché la neve aveva nascosto la terra sotto uno strato bianco.
Corrado però non si dava per vinto.
Avrebbe spalato tanta neve, quanta ne sarebbe servita per ritagliare un pezzetto di terra coltivabile, nel quale sotterrare i semi che avrebbero procurato il suo sostentamento per i mesi invernali, anche se sapeva che si trattava di un’ impresa praticamente impossibile.
Era da pazzi infatti cercare di seminare nella terra dura e morta dell’inverno ma, dato che Corrado era testardo e nella vita aveva fatto tante cose sfidando l’impossibile, continuava a scoprire tratti di terra zappando senza sosta.
Il silenzio regnava intorno e solo il rumore della zappa sul duro terreno, echeggiava nella valle. Corrado si fermò un attimo per riprendere respiro e il suo fiato uscì dalla bocca in una nuvola, come un genio invernale che esce da una lampada congelata.
Si osservò le nocche delle mani ormai arrossate dal freddo, chiedendosi se la sua caparbietà l’avrebbe condotto a qualcosa.
Quasi trasalì quando vide quella creatura.
“E tu chi sei?” chiese.
Il bambino era appollaiato su una roccia, a pochi metri da lui e Corrado, nonostante il silenzio, non aveva avvertito il suo arrivo.
Era vestito di stracci e aveva uno sguardo triste ma vivo, di una vita immensa e incuriosita.
“Io vivo in un luogo non lontano da qui” disse il bambino, “per caso ti ho spaventato?”
“Non mi hai spaventato, moccioso, non so ancora come hai fatto ad arrivare qui, senza che io ti vedessi, ma non mi hai spaventato.
Cosa ci fai qui?
Fa freddo!
Vai a casa o ti ammalerai, tuo padre e tua madre sanno che sei qui?”
“Non so dove sono i miei genitori, ma non ti preoccupare, nel luogo dove vivo, nessuno si preoccuperà della mia assenza.
Tu vivi qui vicino?”
“Io vivo dietro al bosco, a est e questo è il mio campo …anche se devo ammettere che ha perso le sue sembianze.
Maledetto inverno!
Ho perso il raccolto lo scorso autunno, dopo quell’uragano e non avevo scorte per affrontare l’inverno.
Che stupido sono stato a non prevedere quella calamità.
Adesso devo ottenere qualcosa da questa brulla e morta terra!
Ma tu, bambino, come puoi non sapere dove sono i tuoi genitori?
C’è qualcosa che non mi quadra, tu non me la racconti giusta!”
“Vedi” disse il bambino “nel luogo dove vivo ho tutto quello di cui necessito.
Lì io sono protetto e mi sento coccolato.
Potrei dormire un sonno tranquillo e qualcuno, mentre sono tra le braccia di Morfeo, veglierebbe su di me.
Sono nutrito e la pace regna in quel luogo”.
“Sono contento per te, però come puoi notare io non sono ne coccolato, ne ho tutto quello di cui necessito , ma sono sottobraccio alla disperazione e vorrei tanto sganciarmela di dosso, ma penso che non sarà facile.
La vita è dura e vorrei tanto avere un moccioso come te, così lo metterei subito a zappare la terra e a darmi una mano.
Io sono ormai avanti con gli anni e stanco, ho bisogno di braccia forti che sostituiscano le mie.”
“Sei sicuro che vorresti un figlio solo per metterlo a lavorare come un mulo da soma?
Be’ in fondo imparerebbe molto da questo.
E’ bello stare a contatto con la terra, vero?
Si impara molto, vero?
Io ti dicevo, ho tutto ma sento che mi manca tutto.
E’ come se il luogo dove vivo mi nasconda tante avventure che ci sono intorno a me.
Come dire….penso che il mondo sia un grande e bellissimo scrigno che nasconde tesori inimmaginabili e io vorrei tanto aprirlo quello scrigno e…..”
“Senti, basta chiacchiere!
Io devo lavorare e non ho tempo da perdere.
Visto che sei troppo piccolo per aiutarmi, levati dai piedi!
Il mondo dici……il mondo è là fuori e chi l’ha mai visto.
La terra….è terra!
Ti dà il cibo e non c’è altro.
Io non ho viaggiato e non ho grilli per la testa, e non ne posso avere e …….”
Si fermò un attimo.
Il bambino lo stava fissando e i suoi occhi, gli stavano dicendo che lo specchio che nascondeva i suoi sogni era stato infranto ed questi ultimi adesso, stavano rovesciandosi per terra frantumandosi a loro volta.
“Be’” continuò “veramente ho sognato anch’io alla tua età, ma la vita mi ha preso tra le sue ruvide mani e mi ha accompagnato lontano da quei sogni e ora chissà dove sono finiti.
A quindici anni lavoravo in una fattoria, mi alzavo alle quattro di mattina e andavo e andavo a letto alle sette di sera.
Non avevo tempo di fare altro che lavorare.
Vedevo la vita nascere ogni giorno davanti a me e compiangevo quei poveri esseri, che venivano al mondo.
Parlo di cavalli, mucche, capre e altri animali.
Non dimenticherò mai gli occhi di quel cavallino, il giorno in cui nacque.
Sembravano i tuoi, teneri e bisognosi di affetto e io ero giovane.
Piansi, quel giorno, perché almeno i suoi sogni si realizzassero.
Io ero giovane ma la mia vita aveva imboccato una strada che non aveva vie laterali da prendere. Era un unico viale, dritto e lunghissimo e io avrei dovuto percorrerlo tutto, senza guardarmi troppo intorno.
Ma io non mi diedi per vinto: cominciai a leggere e spesso crollavo dopo aver letto poche righe, però negli anni riuscii lo stesso a conoscere quello che non avrei probabilmente mai visto”.
“E il cavallino?
Che fine ha fatto?”
“Be’ lui corse libero per i campi.
Era bellissimo guardarlo, perché i suoi sogni erano tutti in quei movimenti.
Lui il mondo lo assaporava tutto sotto i suoi zoccoli e nell’aria che respirava.
In quella corsa c’era il mondo appeso a quella criniera, che correva con lui”.
Ora Corrado piangeva.
Il bambino sorrise.
“E insieme al mondo c’eri anche tu!”
Corrado sorrise a sua volta tra le lacrime.
“Vedi” continuò il bambino “io andrò via dal luogo dove attualmente vivo e mi incamminerò per il mondo in cerca di fortuna.
Forse sarò meno protetto ma quante cose imparerò.
Vedi, tu hai imparato a proteggerti da solo, perché sai capire dalla vita cosa vuoi avere e cosa no e non ti sei fermato nel luogo che la vita ti aveva assegnato.
Adesso ho capito cosa significa vivere, vuol dire desiderio di conoscere ed esso abbatte le barriere materiali della possibilità.
Tu hai visto la vita nascere, hai assimilato la vita da parole scritte sulla carta, hai corso con la vita nelle movenze di un cavallo.
Io vorrei avere la vita che hai avuto tu e se dovessi esplorare il mondo lo vorrei fare con un uomo come te”.
Con queste parole, il bambino si alzò dalla roccia e si incamminò per un sentiero.
La nebbia avvolgeva il suo incedere lento.
Si girò un’ultima volta: “Ah, comunque io mi chiamo Mattia.”
Corrado lo guardò scomparire nella vegetazione , chiedendosi se l’avesse mai rivisto.
La giornata volgeva ormai al termine e il contadino si caricò la zappa sulle spalle.
Il giorno dopo sarebbe stata una nuova giornata di lavoro.
Le parole del bambino risuonarono nella sua testa, mentre si incamminò verso casa.
Forse aveva veramente vissuto più intensamente di quello che aveva pensato fino a quel momento e ora desiderò con tutte le sue forze, avere a fianco un altro Corradino a cui insegnare tante cose e non solo zappare la terra.
Era così immerso in questi pensieri che non si accorse neanche che, nell’ultimo pezzo di terra che aveva scoperto e seminato, una piccolissima piantina aveva fatto la sua comparsa.
Era ormai buio, quando bussò alla porta della sua casa.
Sandra corse ad aprirgli con un sorriso che era più grande della porta che aveva aperto:
“Caro, ho due notizie una bella e una brutta.
Quella brutta è che diventerò grossa come una balena e quella bella è che ci sarà una persona nuova in casa nostra a cui potremo insegnare a guardare il mondo, nel miglior modo in cui riusciremo a farlo”.
La zappa cadde dalle spalle dell’uomo.
Ormai non ci sperava più che un nuovo sogno potesse diventare una vita umana nella sua casa ma a quanto pare il destino non la pensava così.
Sorrise e fu certo, mentre abbracciava la moglie, che dal giorno dopo la vita non l’avrebbe più vista con gli stessi occhi.
Sorrise e subito un pensiero si materializzò nella sua mente: Mattia era veramente un gran bel nome.

Dici che io non conosco l’Amore?


“Perchè, allora, dici che io non conosco l’Amore?” domandò il Sole.
“Perchè amare non significa essere immobile come il deserto, nè scorazzare per il mondo come il vento, nè vedere tutto da lontano, come fai tu.
L’Amore è la forza che trasforma e migliora l’Anima del Mondo.
Quando, per la prima volta, sono riuscito a penetrarla, ho creduto che fosse perfetta.
Ma poi mi sono accorto che era un riflesso di tutte le creature, e che aveva le sue guerre e le sue passioni.
Siamo noi che alimentiamo l’Anima del Mondo: e la terra su cui viviamo sarà migliore o peggiore, se noi saremo migliori o peggiori.
E’ qui che entra la forza dell’Amore, perchè quando amiamo desideriamo sempre essere migliori di quanto siamo.”

Paulo Coelho, da L’alchimista

Le due gocce d'olio


Un mercante inviò suo figlio a imparare il Segreto della Felicità con il piú saggio di tutti gli uomini.
Il ragazzo camminò per quaranta giorni nel deserto, finché giunse a un bel castello, in cima a una montagna.
Là viveva il Saggio che il ragazzo cercava.

Invece di incontrare un sant’uomo, però, il nostro eroe entrò in una sala e vide un’attività frenetica: mercanti che entravano e uscivano, persone che chiacchieravano in tutti gli angoli, una piccola orchestra che suonava dolci melodie; e poi c’era una ricca tavola imbandita con i piú deliziosi piatti di quella regione del mondo.
Il Saggio conversava con tutti, e il ragazzo dovette aspettare due ore perché arrivasse il suo turno di essere ricevuto.
Con molta pazienza, il Saggio ascoltò attentamente il motivo della visita del ragazzo, ma gli disse che in quel momento non aveva tempo per spiegargli il Segreto della Felicità.
Gli suggerí di fare una passeggiata nel suo palazzo e di tornare dopo due ore.
Tuttavia, desidero chiederti un favore - concluse, consegnando al ragazzo un cucchiaino da té, nel quale versò due gocce di olio. 
Mentre camminerai, porta questo cucchiaino senza versare l’olio.

Il ragazzo cominciò a salire e scendere le scalinate del palazzo, tenendo sempre gli occhi fissi sul cucchiaino. Trascorse le due ore, tornò al cospetto del Saggio.
Allora - domandò il Saggio - hai visto gli arazzi della Persia che si trovano nella mia sala da pranzo?
Hai visto il giardino che il Maestro dei Giardinieri ha impiegato dieci anni a creare?
Hai notato le belle pergamene della mia biblioteca?

Il ragazzo, vergognandosi, confessò di non avere visto nulla.
La sua unica preoccupazione era non rovesciare le gocce di olio che il Saggio gli aveva affidato.

Allora torna indietro e conosci le meraviglie del mio mondo - disse il Saggio. 
Non puoi confidare in un uomo se non conosci la sua casa.

Adesso piú tranquillo, il ragazzo prese il cucchiaino e tornò a passeggiare per il palazzo, questa volta prestando attenzione a tutte le opere d’arte che pendevano dal soffitto e dalle pareti.
Ammirò i giardini, le montagne circostanti, la delicatezza dei fiori, la raffinatezza con cui ogni opera d’arte era collocata al giusto posto.
Di ritorno al cospetto del Saggio, riferí dettagliatamente tutto ciò che aveva visto.

Ma dove sono le due gocce di olio che ti ho affidato? - domandò il Saggio.
Guardando il cucchiaino, il ragazzo si rese conto che le aveva versate.
Ebbene, questo è l’unico consiglio che ho da darti - disse il piú Saggio dei Saggi. 
Il segreto della felicità sta nel guardare tutte le meraviglie del mondo e non dimenticarsi mai delle due gocce di olio nel cucchiaino.

Paulo Coelho, da “L’alchimista”

Costruire o piantare

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Ogni essere umano, nel corso della propria esistenza, può adottare due atteggiamenti: costruire o piantare.
I costruttori possono passare anni impegnati nel loro compito, ma presto o tardi concludono quello che stavano facendo.
Allora si fermano, e restano lì, limitati dalle loro stesse pareti.
Quando la costruzione è finita, la vita perde di significato.
Quelli che piantano soffrono con le tempeste e le stagioni, raramente riposano.
Ma, al contrario di un edificio, il giardino non cessa mai di crescere.
Esso richiede l’attenzione del giardiniere, ma, nello stesso tempo, gli permette di vivere come in una grande avventura.

Paulo Coelho, da “Brida

L’incontro di Manuel


Manuel attingeva l’acqua dal pozzo di pietra.
Metteva l’acqua dal secchio dentro una brocca, rovesciandone la metà sui piedini dentro i sandali.
La cosa lo divertiva.
Solenni lucertole lo osservavano immobili con la testa sporgente dalle crepe del muro di pietra, lungo la strada che portava alla sua casa.
Moltitudini di grilli, nascosti dietro le siepi di rovo, squarciavano l’aria con il loro canto, sotto il cielo limpido di quell’estate che avvolgeva tutto, con il suo odore di grano appena tagliato.
Manuel si girò all’improvviso.
La donna vestita di nero era ferma dietro di lui.
Il viso avvolto da uno scialle, come le donne del paese.
Lo guardava.
“Io sono bravo a prendere l’acqua!”
Disse Manuel, rovesciando mezzo secchio fuori della brocca.
La donna continuava a guardarlo.
“Vuoi bere signora?”
Aggiunse, sorridendo sdentato, porgendole il mestolo metallico traboccante d’acqua fresca, limpidissima.
“Non voglio l’acqua.”
Rispose la donna, con una voce molto bella, che si sentiva dappertutto.
Piaceva a Manuel.
“Vuoi parlare con mamma? E’ in casa con papà e i fratellini.”
Indicò la piccola casa di pietra in fondo al sentiero.
“Stanno mangiando. E io porto l’acqua.”
“No.” Rispose la donna.
“Voglio parlare con te.”
“Oh! Ma bevi l’acqua, signora! E’ molto buona e fresca!”
La donna spostò lo sguardo grigio sul mestolo che Manuel continuava a porgerle, sorridendo.
“Nessuno.
Nessuno mi aveva mai offerto acqua. Tu sei il primo.”
“Ah! Che bello!”
“Dimmi, Manuel: qual è il tuo più grande desiderio?”
Manuel ci pensò un po’ su, chiudendo gli occhi. Poi rispose.
“Guidare il carro di papà. Così lui si riposa.”
“Vuoi tanto bene a papà e mamma?”
“Oh! Si! Si!”
“Faresti tutto per loro?”
Manuel annuiva fortemente, assolutamente certo e convinto.
“Anche dare l’acqua… a me?”
“Certo, signora.”
Rispose accennando un piccolo inchino, come gli era stato insegnato a fare in presenza di persone importanti e questa donna, doveva essere importante.
La donna sorrise. Prese il mestolo e bevve, rovesciandosi un po’ d’acqua sul petto, che non si bagnò.
Il cielo sopra di lei era di un azzurro così pieno e intenso che faceva male a guardarlo.
“E’ davvero buona. Grazie Manuel.”
“Vuoi venire a casa, signora?”
“Ti ringrazio. Non posso. Devo andare.”
“Allora, ciao signora. Quando torni?”
“Tornerò.”
“Per me?”
“Si, Manuel.”
Manuel sorrise per l’importanza che quella donna gli dava.
Da raccontare veramente.
La donna aveva ripreso il cammino, con il suo passo di paese.
“Quando tornerai signora?” Le urlò dietro il bambino, allegro.
La donna si voltò lentamente.
“Fra molti anni, Manuel.”
“Quanti?”
“Molti. Molti anni.”
Il bambino sorrise. Non si era accorto dell’immenso silenzio intorno a lui.
La donna era sparita dietro una macchia di rovi, nel sentiero.
Manuel si sentì la bocca bagnata, un gusto dolce, e si pulì con la manina, ritraendola sporca di sangue. Ma non aveva nessuna ferita.
Ora non usciva più sangue.
I grilli ripresero il loro canto assordante.
Ma come faceva quella donna a conoscere il suo nome?
I grandi sanno sempre tutto.
Finalmente riempì la brocca, se la mise in spalla e si diresse verso casa.
Anche questa, da raccontare, pensava.

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