La ragazza con il cane


Lei è bellissima.

Non si parla d’altro da quando si è trasferita in questo sperduto angolo di provincia in cui il centro commerciale è da poco la costruzione più grande, dopo la chiesa.
Lei è davvero irritante.

Qui dove tutti sanno tutto di tutti, nessuno sa niente di lei.
Nemmeno il titolare della locale agenzia immobiliare, argutamente interrogato, ha saputo dare qualche informazione in più; il bilocale arredato che divide con un grosso alano arlecchino è stato affittato da una società. Niente nome e cognome sul campanello, né uno straccio di codice fiscale sul contratto.
Lei è alta, bionda, sottile.
Fatta di quella bellezza sfacciata e irresistibile che madre natura dispensa tutta insieme solo di tanto in tanto, esclusivamente ad un essere prescelto, divino.
Lei è assolutamente insopportabile.
Quando cammina lungo le vie del paese, se pur infilata in una tuta informe e sempre riparata dai comuni mortali dietro un paio di occhiali scuri, la sua bellezza brilla di luce propria, in una vibrazione di energia continua senza intermittenze, schioccando frustate di invidia femminile e girando interi film di desiderio maschile. Sembra una dea passata direttamente dal letto al red carpet senza trucco né parrucco.
Non fosse per quel maledetto cagnaccio che si porta al guinzaglio e per quell’aria altera, aristocratica e   siderale, l’avrebbero già abbordata in molti.

Lei nasconde sicuramente qualcosa.
L’opinione pubblica non sa che pesci pigliare, le “gazzette del pollaio” brancolano nel buio, le malelingue stentano a decollare, ma alfine ce la fanno inevitabili come l’alta marea al tramonto.
Una così, non può che nascondere qualcosa; di sicuro riceve uomini a casa “è una d’altissimo bordo”, anche se c’è chi giura su teste di figli e mogli, con dovizia di particolari e aneddoti che è la protetta di un onorevole della zona, anche lui con testa di moglie e figli.
Lei porta un buonissimo profumo e il suo cane si chiama PEPE.
Lo so perché ci ho sbattuto contro (a quel cane enorme) girando l’angolo di fretta l’altro giorno e inciampandomi in zampe e collare.
Lei lo ha richiamato docilmente, scandendo quelle due sillabe come zollette di zucchero, e quel mastodonte mi ha annusato le scarpe, sbausciandoci su.
Mi sono avvicinato farfugliando parole di scusa, sorpreso e imbarazzato da quell’incontro.
Ho respirato il suo profumo inebriante come glicine a grappoli.
Lei mi ha sorriso e ha allungato la mano.

Lei è cieca.
E non è la sola. 

2017  www.RobertaSmedili.it