Racconti

Il funerale della volpe


Una volta le galline trovarono la volpe in mezzo al sentiero.

Aveva gli occhi chiusi, la coda non si muoveva.
- È morta, è morta - gridarono le galline. - Facciamole il funerale.
Difatti suonarono le campane a morto, si vestirono di nero e il gallo andò a scavare la fossa in fondo al prato.
Fu un bellissimo funerale e i pulcini portavano i fiori.

Quando arrivarono vicino alla buca la volpe saltò fuori dalla cassa e mangiò tutte le galline.
La notizia volò di pollaio in pollaio.

Ne parlò perfino la radio, ma la volpe non se ne preoccupò.
Lasciò passare un po' di tempo, cambiò paese, si sdraiò in mezzo al sentiero e chiuse gli occhi.
Vennero le galline di quel paese e subito gridarono anche loro: - È morta, è morta! Facciamole il funerale.
Suonarono le campane, si vestirono di nero e il gallo andò a scavare la fossa in mezzo al granoturco.
Fu un bellissimo funerale e i pulcini cantavano che si sentivano in Francia.
Quando furono vicini alla buca, la volpe saltò fuori dalla cassa e mangiò tutto il corteo.
La notizia volò di pollaio in pollaio e fece versare molte lacrime.

Ne parlò anche la televisione, ma la volpe non si prese paura per nulla.
Essa sapeva che le galline hanno poca memoria e campò tutta la vita facendo la morta.
E chi farà come quelle galline vuol dire che non ha capito la storia.

Sei tu Gesù?


Un gruppo di venditori furono invitati ad un Convegno.

Tutti avevano promesso alle proprie famiglie che sarebbero arrivati in tempo per la cena il venerdì sera.
Il convegno terminò un po' più tardi del previsto, ed arrivarono in ritardo all'aeroporto.
Entrarono tutti con i loro biglietti e portafogli, correndo tra i corridoi dell'aeroporto.
All'improvviso, e senza volerlo, uno dei venditori inciampò in un banco che aveva un cesto di mele.
Le mele caddero e si sparsero per terra.

Senza trattenersi, né guardando indietro, i venditori continuarono a correre, e riuscirono a salire sull'aereo.
Tutti meno uno.
Quest'ultimo si trattenne, respirò a fondo, e sperimentò un sentimento di compassione per la padrona del banco di mele.
Disse ai suoi amici di continuare senza di lui e chiese ad uno di loro che all'arrivo avvertisse sua moglie e le spiegasse che sarebbe arrivato con un altro volo un po' più tardi, visto che non era sicuro di riuscire ad avvisarla in tempo.
Dopo tornò al Terminal e si trovò con tutte le mele sparse a terra.

La sorpresa fu enorme, quando si rese conto che la padrona delle mele era una bambina cieca.
La trovò piangendo, con grandi lacrime che scorrevano sulle sue guance.
Toccava il pavimento, cercando, invano, di raccogliere le mele, mentre moltitudini di persone passavano senza fermarsi; senza che a nessuno importasse nulla dell'accaduto.
L'uomo inginocchiatosi con lei, mise le mele nella cesta e l'aiutò a montare di nuovo il banco. Mentre lo faceva, si rese conto che molte cadendo si erano rovinate.

Le prese e le mise nella cesta.
Quando terminò, tirò fuori il portafoglio e disse alla bambina: "Prendi, per favore, questi cento euro per il danno che abbiamo fatto.
Tu stai bene?".
Lei, sorridendo, annuì con la testa.

Lui continuò dicendole: "Spero di non aver rovinato la tua giornata".
Il venditore cominciò ad allontanarsi e la bambina gridò: "Signore...".
Lui si fermò e si girò a guardare i suoi occhi ciechi.

Lei continuò: "Sei tu Gesù...?".
Lui si fermò immobile, girandosi un po' di volte, prima di dirigersi per andare a prendere il volo, con questa domanda che gli bruciava e vibrava nell'anima: "Sei tu Gesù?".

L'imperatore e il tempo


Un imperatore, in punto di morte, convocò i suoi fidati generali, per dettare loro le sue ultime volontà.
Ho tre precisi desideri da esprimervi, disse:

1) che la mia bara sia trasportata a spalle, da nessun altro se non dai medici che non hanno saputo guarirmi;
2) che i tesori, gli ori e le pietre preziose conquistate ai nemici vengano sparse e disseminate a vantaggio del popolo, lungo la strada che porta alla mia tomba;
3) che le mie mani siano lasciate penzolare fuori della bara, alla chiara vista di tutti.

Uno dei generali, scioccato da queste strane ed inaudite ultime volontà del grande condottiero, chiese: Sire, qual è mai il motivo di tutto questo?

L'imperatore, con la voce ormai bassa e tremula, gli rispose:

1) voglio solo i medici a portarmi all'ultima mia dimora, per dimostrare a tutti che non hanno alcun potere di fronte alla malattia e alla morte;
2) voglio il suolo pubblico ricoperto dai miei tesori, perché la gente umile ne tragga qualche vantaggio, ma soprattutto per ricordare a tutti che i beni materiali, qui conquistati, qui restano;
3) voglio le mie mani penzolanti al vento, perché la gente capisca che a mani vuote veniamo e a mani vuote andiamo via.

Il tale che odiava gli stranieri


In una città viveva un tale che odiava gli stranieri, riteneva che non fossero degni di godere del nostro stesso benessere, e un giorno usò tutto il suo potere per cacciarli via.
Ma non trovò pace, perché odiava anche chi proveniva dalle altre regioni, e così mandò via anche loro, perché riteneva che la sua regione fosse più "virtuosa" delle altre.
Ma non trovò pace, perché odiava anche i disabili e gli handicappati, e ritenendoli solo un peso per la società, mandò via anche loro.
Non trovando pace, mandò via chi aveva un'opinione politica diversa dalla sua, chi faceva il tifo per una squadra di calcio diversa dalla sua, e chi aveva gusti musicali diversi dai suoi.
Infine quel tale rimase solo, e visse un lungo periodo di solitudine e di meditazione.
Alla fine riuscì a comprendere che il problema non erano "gli altri", ma era lui stesso, incapace di convivere con chi ha cultura, religione, opinioni e gusti diversi dai suoi, e che l'uomo, senza le diversità rimane solo.

 
 

Il re saggio


Regnava un tempo nella lontana città di Wirani un re potente e, al tempo stesso, saggio.

C'era in quella città un pozzo la cui acqua fresca e cristallina attingevano tutti gli abitanti, compreso il re e i suoi cortigiani, poiché non vi erano altri pozzi.
Una notte, mentre tutti dormivano, nella città penetrò una strega e versò nel pozzo sette gocce di un liquido strano, dicendo: «Da questo istante, chi beve di quest'acqua diverrà folle».
Il mattino seguente tutti gli abitanti della città, escluso il re e il gran ciambellano, attinsero dal pozzo e divennero folli, come la strega aveva predetto.
E per tutto il giorno la folla, nei vicoli angusti e nelle piazze della città, non fece altro che bisbigliarsi: «Il re è pazzo.
Il nostro re e il gran ciambellano hanno smarrito la ragione.
Non possiamo certo servire un re folle».

Quella sera il re ordinò che si colmasse un calice d'oro con acqua del pozzo.
E quando glielo portarono, ne bevve sorsi profondi, e ne offrì al gran ciambellano.
E ci fu gran gioia in quella lontana città di Wirani, perché il re e il gran ciambellano avevano riacquistato la ragione.

Kahlil Gibran, Le parole non dette

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