Racconti

L'avventura dei ricci


Un'estate, una famiglia di ricci venne ad abitare nella foresta.
Il tempo era bello, faceva caldo, e tut­to il giorno i ricci si divertivano sotto gli alberi.
Fol­leggiavano nei campi, nei dintorni della foresta, gio­cavano a nascondino tra i fiori, acchiappavano mo­sche per nutrirsi e, la notte, si addormentavano sul muschio, nei pressi delle tane.
Un giorno, videro una foglia cadere da un albero: era autunno. G
iocarono a rincorrere la foglia, dietro le foglie che cadevano sempre più numerose; ed essendo le notti diventate un po' più fredde, dormivano, sotto le foglie secche.
Faceva però sempre più freddo.
Nel fiume a vol­te si formava il ghiaccio.
La neve aveva ricoperto le foglie.
I ricci trema­vano tutto il giorno, e la notte non potevano chiude­re occhio, tanto avevano freddo.
Così una sera, decisero di stringersi uno accanto all'altro per riscaldarsi, ma fuggirono ben presto ai quattro angoli della foresta: con tutti quegli aghi si erano feriti il naso e le zampe.
Timidamente, si av­vicinarono ancora, ma di nuovo si punsero il muso.
E tutte le volte che uno correva verso l'altro, capita­va là stessa cosa.
Era assolutamente necessario trovare un modo per stare vicini: gli uccelli si tenevano caldo uno con l'al­tro, così pure i conigli, le talpe e tutti gli animali.
Allora, con dolcezza, a poco a poco, sera dopo sera, per potersi scaldare senza pungersi, si accosta­rono l'uno all'altro, ritirarono i loro aculei e, con mille precauzioni, trovarono infine la giusta misura.
Il vento che soffiava non dava più fastidio; ora potevano dormire al caldo tutti insieme.

Bruno Ferrero, Il canto del grillo

Rapporto all'aquila


L'aquila, regina degli uccelli, sentiva da tempo magnificare le grandi qualità dell'usignolo.
Da bra­va sovrana, volle rendersi conto se quanto si diceva era vero e, per sincerarsene, mandò a controllare due dei suoi funzionari: il pavone e l'allodola.
Avrebbe­ro dovuto valutare la bellezza e il canto dell'usignolo.
I due adempirono la loro missione e tornarono dal­l'aquila.
Il pavone riferì per primo: «L'usignolo ha una li­vrea così modesta da rasentare il ridicolo: questo fatto mi ha talmente infastidito, che non ho prestato la minima attenzione al suo canto».
L'allodola disse: «La voce dell'usignolo mi ha let­teralmente incantato, tanto che mi sono completamen­te scordato di badare al suo vestito».

Bruno Ferrero, Il canto del grillo

La predica


Nello scompartimento c'era solo un anziano sa­cerdote, che bisbigliava il suo breviario.
Ad una sta­zione entrò un giovane dall'aspetto trasandato: ca­pelli lunghi, jeans bisunti, scarpe sformate.
Ma so­prattutto un giornale notoriamente laicista e antiec­clesiale che gli spuntava dalla tasca.
Il sacerdote seguì il giovane con un lungo ed elo­quente sguardo di disapprovazione.
Il giovane si sedette e cominciò a leggere il suo giornale.
Dopo un po' alzò la testa e chiese: «Scusi, reverendo, che cos'è la dispepsia?».
«Ecco una buona occasione per fargli un po' di predica», pensò il sacerdote e ad alta voce proseguì: «La dispepsia è una malattia terribile che prende quel­li che vivono male, senza orari e senza ideali, con­cedendosi tutti i vizi e gli stravizi, che non si ricor­dano che Qualcuno ci vede e ci giudicherà!».
Il giovane seguiva il discorso con curiosità e an­che un po' di apprensione.
«Ah», disse alla fine, «perché qui c'è scritto che il Papa ha la dispepsia».

 

Joseph Brodsky

La barca


Una sera, due turisti che si trovavano in un cam­ping sulle rive di un lago decisero di attraversare il lago in barca per andare a «farsi un bicchierino» nel bar situato sull'altra riva.
Ci rimasero fino a notte fonda, scolandosi una di­screta serie di bottiglie.
Quando uscirono dal bar ondeggiavano alquan­to, ma riuscirono a prendere posto nella barca per intraprendere il viaggio di ritorno.
Cominciarono a remare gagliardamente.
Sudati e sbuffanti, si sforzarono con decisione per due ore.
Finalmente uno disse all'altro: «Non pensi che a quest'ora dovremmo già aver toccato l'altra riva, da un bel po' di tempo?».
«Certo!», rispose l'altro.
«Ma for­se non abbiamo remato con abbastanza energia».
I due raddoppiarono gli sforzi e remarono risolu­tamente ancora per un'ora.
Solo quando spuntò l'al­ba constatarono stupefatti che erano sempre allo stesso punto.
Si erano dimenticati di slegare la robusta fune che legava la loro barca al pontile.

Bruno Ferrero, Il canto del grillo

chi siamo in fondo?


Una figlia si lamentava con suo padre circa la sua vita e di come
le cose le risultavano tanto difficili.
Non sapeva come fare per proseguire e credeva di darsi per vinta.
Era stanca di lottare.
Sembrava che quando risolveva un problema, ne apparisse un altro.
Suo padre, uno chef di cucina, la portò al suo posto di lavoro.
Lì, riempì tre pentole con acqua e le pose sul fuoco.
Quando l'acqua nelle tre pentole iniziò a bollire, in una collocò alcune carote, in un'altra collocò delle uova e nell'ultima collocò dei grani di caffè.
Lasciò bollire l'acqua senza dire parola.
La figlia aspettò impazientemente, domandandosi cosa stesse facendo il padre...
Dopo venti minuti il padre spense il fuoco.
Tirò fuori le carote e le collocò in un piatto.
Tirò fuori le uova e le collocò in un altro piatto.
Finalmente, colò il caffè e lo mise in una scodella.
Guardando sua figlia le disse: "Cara figlia mia, carote, uova o caffè?"
La fece avvicinare e le chiese che toccasse le carote, ella lo fece e notò che erano soffici; dopo le chiese di prendere un uovo e di romperlo mentre lo tirava fuori dal guscio, osservò l'uovo sodo.
Dopo le chiese che provasse a bere il caffè, ella sorrise mentre godeva del suo ricco aroma.
Umilmente la figlia domandò: "Cosa significa questo, padre?"
Egli le spiegò che i tre elementi avevano affrontato la stessa avversità, "l'acqua bollente", ma avevano reagito in maniera differente.
La carota arrivò all'acqua forte, dura, superba; ma dopo essere passata per l'acqua, bollendo era diventata debole, facile da disfare.
L'uovo era arrivato all'acqua fragile, il suo guscio fine proteggeva il suo interno molle, ma dopo essere stato in acqua, bollendo, il suo interno si era indurito.
Invece, i grani di caffè, erano unici: dopo essere stati in acqua, bollendo, avevano cambiato l'acqua.
"Quale sei tu figlia?" le disse.
"Quando l'avversità suona alla tua porta, come rispondi?"
"Sei una carota che sembra forte ma quando i problemi ed il dolore ti toccano, diventi debole e perdi la tua forza?"
"Sei un uovo che comincia con un cuore malleabile e buono di spirito, ma che dopo una morte, una separazione, un licenziamento, un ostacolo durante il tragitto, diventa duro e rigido?
Esternamente ti vedi uguale, ma dentro sei amareggiata ed aspra con uno spirito ed un cuore indurito?"
"O sei come un grano di caffè?
Il caffè cambia l'acqua, l'elemento che gli causa dolore.
Quando l'acqua arriva al punto di ebollizione il caffè raggiunge il suo migliore sapore."
"Se sei come il grano di caffè, quando le cose si mettono peggio, tu reagisci in forma positiva, senza lasciarti vincere, e fai si che le cose che ti succedono migliorino, che esista sempre una luce che, davanti all'avversità, illumini la tua strada e quella della gente che ti circonda".
Per questo motivo non mancare mai di diffondere con la tua forza e la tua positività il "dolce aroma del caffè".

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