Racconti

Le calze di Giovanni


Nel XIX secolo, in una cittadina inglese, dopo mesi di lavoro, una schiera di muratori aveva terminato la costruzione di un’altissima ciminiera per una fabbrica.
L’ultimo operaio era sceso dalla vertiginosa impalcatura di legno.
L’intera popolazione della città era là per festeggiare l’evento e soprattutto per assistere alla caduta spettacolare dell’impalcatura.
Appena il castello di assi e travi crollò tra il frastuono, la polvere, le risate e le grida della gente, con stupore si vide spuntare sulla sommità della ciminiera la testa di un muratore che aveva appena terminato il lavoro nel colletto interno.
La folla degli spettatori ammutolì di colpo e l’orrore cominciò a serpeggiare in mezzo a loro: “Ci vorranno giorni per alzare un’altra impalcatura…
E di qui ad allora quel muratore sarà morto di freddo… o di sete… o di fame…”.
In mezzo alla gente c’era anche la mamma del muratore, che sembrava disperata…
Ma poi ad un tratto si fece largo e arrivata sotto la ciminiera fece un segno al figlio e gridò: “Giovanni, togliti le calze!”.
Un mormorio si diffuse: “Poverina, il dolore le ha fatto perdere la ragione…”.
Ma la donna insistette.
Per non preoccuparla di più, Giovanni si tolse la calza.
La donna gridò di nuovo: “Rovesciala e cerca il nodo, poi tira”.
L’uomo ubbidì e ben presto si trovò in mano una grossa manciata di lana.
“Fai lo stesso con l’altra e lega insieme i fili e poi buttane giù il capo.
E tieni l’altro ben saldo fra le dita”.
Giovanni eseguì.
Al filo di lana fu legato un filo di cotone che l’uomo tirò fino in cima.
Poi al filo di cotone fu attaccata una cordicella e alla cordicella una corda e infine un robusto cavo.
Giovanni lo fissò saldamente alla ciminiera e scese in mezzo agli “urrà” della gente.

La tua vita e la tua salvezza dipendono da cose piccole e fragili, che molto probabilmente già possiedi.
Basta pensarci.

Mia Madre mi ha amato


C'è qualcosa di molto bello che leggiamo nella Sacra Scrittura.

Lì dove Dio assicura: «Anche se una madre potesse dimenticarsi di suo figlio io non mi dimenticherò di te.
Io ti tengo scolpito sul palmo della mia mano. Sei prezioso per me.
Io ti ho chiamato con il tuo proprio nome ».
Questo è il motivo per cui, appena nasce un bambino, gli diamo un nome: il nome con il quale Dio lo ha chiamato da tutta l'eternità per amare ed essere amato.
Rivolgendo però oggi lo sguardo al mondo, ci rendiamo conto che questo piccolo, il bambino non ancora nato, si è trasformato in bersaglio di morte, in bersaglio di distruzione: qualcosa che si distrugge e si stermina.
E pensare che a fare questo è la sua stessa madre!
Dio dice: «Anche se una madre potesse... », È impossibile per una madre dimenticare.
Però... «Anche se una madre potesse dimenticare.... io non mi dimenticherò di te».
E tuttavia... Oggi la madre si dimentica di suo figlio!
Non solo si dimentica di lui: lo distrugge!
Perché? La madre ha paura del bambino, di questo piccino non ancora nato, che costituisce la creatura più bella dell'amore di Dio, il suo regalo più splendido.
Da parte nostra, dobbiamo rendere grazie a Dio perché i nostri genitori ci hanno amato.
Grazie, Signore!
Immaginatevi: se mia madre non mi avesse amata, sono convinta che non avreste alcuna Madre Teresa.
Non starei qui a rivolgervi la parola, se mia madre non mi avesse amata.

Una preghiera di Madre Teresa

L'amicizia dei tre piccoli insetti


In un bellissimo giardino vivevano molti insetti.

Un bruco verdino veniva maltrattato da tutti per via del suo aspetto.
Solo la simpatica coccinella e lo scarafaggio, ancor più brutto del bruco, volevano fargli compagnia. I tre animaletti avevano stretto grande amicizia tra di loro.
Insieme facevano lunghe chiacchierate in mezzo all'erba, e quando era l'ora dei pasti rosicchiavano le foglie tenere e dolci di quel giardinetto opulento.
Insomma, stavano sempre tutti e tre insieme, e quando un altro insetto maltrattava il piccolo bruco, gli altri due lo difendevano con coraggio.
Un bel giorno, mentre i tre amici passeggiavano, il bruco ebbe un malore, e dovette distendersi sotto una foglia. Il bruchino era molto pallido, non riusciva più nemmeno a muoversi, e dopo un pò si irrigidì e rimase immobile.
La fedele coccinella ed il sensibile scarafaggio erano molto avviliti, e non riuscendo a comprendere quel che stava succedendo al loro amico, si disperarono e rimasero con il bruco sofferente.
Persa ogni speranza per il povero bruco, i due piccoli amici andarono a raccogliere qualche petalo per porlo sul corpo del loro piccolo amico.
Dopo qualche giorno, quando la coccinella e lo scarafaggio andarono a portare i fiori sul luogo dove il bruco giaceva, si accorsero che dalle spoglie del bruchino era nata una bellissima farfalla dai mille colori, che, aperte le ali, cominciò a volare attorno ai suoi due amici affezionati.
Dopo il prodigioso cambiamento del piccolo bruco, molti insetti si avvicinarono a quell'esserino meraviglioso per fare amicizia, ammirando il nuovo aspetto della creatura.
La farfalla si era trasformata, ma non aveva affatto perso la memoria!
Solo la coccinella e lo scarafaggio le erano rimaste accanto in punto di morte, e solo loro avevano portato i fiori sul suo corpicino di bruco!
E ancora solo la coccinella e lo scarafaggio avevano tenuto compagnia a quell'esserino strisciante e verdastro che era stato allontanato da tutti.
Se solo quegli insensibili avessero visto i come solo la coccinella e lo scarafaggio erano spaventati e addolorati quando il bruco era paralizzato sotto la foglia, prima della trasformazione, avrebbero compreso cos'è l'affetto di un amico.
La farfalla volava con le sue ali delicate e meravigliose, viveva nell'aria tra i fiori colorati e profumati; ma non si allontanava mai dai suoi due amici, perché non avrebbe mai potuto dimenticare che le erano rimasti sempre accanto.

L'uccellino


“C’era una volta un uccellino, con ali perfette e piume meravigliose…
un animale creato per volare in libertà nel cielo, e rallegrare chiunque lo vedesse.
Un giorno una donna lo vide e se ne innamorò….

Lo invitò a volare vicino a lei, e insieme volarono attraverso cieli e terre in perfetta armonia.
Ma poi pensò: ”E se volesse conoscere le montagne lontane?”

Ebbe paura.
Paura di non provare mai più quel sentimento con altri uccellini….

E allora si disse: ”Preparerò una trappola.
La prossima volta che arriverà, non potrà più andare via”.
 L’uccellino parimenti innamorato, tornò il giorno seguente, cadde nella trappola e fu imprigionato in una gabbia…
L’uccellino non potendo volare ed esprimere il senso della propria vita, a poco a poco deperì, la lucentezza delle sue piume svanì e divenne brutto.

La donna non gli prestava più attenzione.
Un giorno l’uccellino morì.
Lei ne fu profondamente rattristata….
pensava a lui…
non si ricordava della gabbia…
se avesse osservato se stessa, avrebbe scoperto che ciò che l’aveva colpita in quell’uccellino era la libertà…
Senza quell’uccellino la sua vita perse di significato, e la Morte le bussò alla porta.
” Perché sei venuta?” le domandò lei.
“ Per farti volare di nuovo insieme a lui nel cielo” Rispose la Morte .
”Se lo avessi lasciato partire e tornare, lo avresti amato e ammirato di più.
Ora invece hai bisogno di me per poterlo rincontrare.”

Paulo Coelho “UNDICI MINUTI”

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